Crea sito

Category “racconti”

La felicità è silenziosa

venerdì, 7 giugno, 2013

«Pensi che lo supereremo?»
«Siamo anime gemelle. Certo che ce la faremo.»
«Non riesco davvero a capire cosa ci trovi in me…»
«Sei perfetto. Vedi la vita come la vedo io, ci piacciono le stesse cose…»
«Non sono perfetto! Se tutto questo ci ha insegnato qualcosa è proprio che non sono affatto perfetto!»
«Sei perfetto per me. Certo, ora che non possiamo più baciarci mi annoio un po’ con te, a dire il vero… »
«Ma il segreto delle coppie perfette non dovrebbe essere che, anche quando non sanno più cosa dirsi, sono felici lo stesso?»
«Non sei felice?»
«Sì.»

San Valentino / Saint Valentin

martedì, 14 febbraio, 2012

Una delle peggiori serate della mia vita. Cena. Di fronte a me un uomo sulla quarantina che, invece di parlare con noi a tavola, passa tutta la serata a chiacchierare con delle ventenni a un altro tavolo e per finire regala una rosa a tutte le ragazze del ristorante e se ne va. Io, con una classe che solo un’italiana avrebbe potuto avere, finisco il mio dessert, saluto tutti e mi dirigo con la mia rosa in mano verso il tavolo delle ventenni. E dico: «Scusate, c’era un signore qui che ha chiacchierato tutta sera con voi, vero? Bene, potete rendergli la sua rosa? Perché nella mia vita non ho mai incontrato una persona più maleducata.». Le ragazze non hanno nemmeno avuto la prontezza di spirito di ribattere e me ne sono andata.

A te, uomo misterioso, ti ringrazio. Per avermi fatto passare il peggior San Valentino della mia vita.

//

Une des pires soirée de ma vie. Dîner. En face de moi un homme de 40 ans, je dirais, qui à la place de bavarder avec nous à table, il a passé toute la soirée bavarder à une autre table pleine de filles de 20 ans et pour finir… il a donné une rose à toutes les filles du résto et puis il est parti. Moi, avec une classe que juste une italienne pourrait avoir, j’ai terminé mon dessert, salué tout le monde et je me suis dirigée à la table des filles de 20 ans avec la rose entre mes mains. Et j’ai dit : « Excusez-moi, il y avait un monsieur qui a bavardé avec vous toute la soirée, vrai ? Bien, est-ce que vous pouvez lui rendre sa rose? Parce que dans ma vie je n’ai jamais rencontré quelqu’un de plus malpoli. ». Elles n’ont même pas eu le courage de me répondre et je suis partie.

À toi, homme mystérieux, je te remercie pour m’avoir fait passer le pire Saint Valentin de ma vie.

Il mio inferno personale

sabato, 20 febbraio, 2010

È una settimana che cerco di scrivere questo post, ma…ogni volta che ci provo le lacrime iniziano a sgorgare a fiumi. Non mi importava se era fidanzato, mi bastavano quei 5 minuti al giorno, in cui dicevamo cazzate, in cui flirtava con me, in cui mi faceva sentire parte del suo universo.
Certo vederli insieme era un brutto colpo, ma…non mi davo troppa pena: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Da due giorni però le cose sono cambiate: lo vedo. Lui a destra e lei a sinistra.
Ieri mattina sono arrivata tardi di proposito, perché non volevo assistere al rituale del "bacio sulla fronte" e soprattutto non volevo riceverne uno di "buongiorno".
Non possiamo più parlarci. Non possiamo più avere i nostri 5 minuti. Lei legge il mio schermo.
Sopravvivo fino a ora di pranzo e poi…sprofondo nella depressione.
Devo fingere di non conoscerlo. È a due metri da me e…devo fingere di non conoscerlo. È giusto così. Lei è una ragazza adorabile e io non ho mai voluto intromettermi tra loro due.

Ho approfittato di un momento in cui si era assentata per dirgli, telegrafica: "Non ci possiamo più parlare."
"Già."
"Non ti azzardare a darmi il bacio del buongiorno, lunedì!"
"Non l’avrei mai fatto."
"Grazie. È già abbastanza dura così…"
":/"
"Non ti preoccupare. È un problema mio. Troverò il modo per venirne fuori."
Mentivo.
Finita la conversazione, ho sentito gli occhi che mi s’inondavano di lacrime, come ora. Sono corsa in bagno a cercare di riacquistare un minimo di autocontrollo.
Ho mentito. Non ce la faccio assolutamente a venirne fuori. È un anno che cercavo di venirne fuori e prima…era molto più facile gestire il dolore, adesso…è una raffica di coltellate quotidiane! Buttarsi in un cespuglio di rovi cinque giorni a settimana farebbe meno male.
Sento che non riesco più a portarmi dentro il nostro segreto.
Ho preso la decisione che lui non è stato in grado di prendere. Però…ho perso tutto. Non ho più niente, solo un grande vuoto che dalle 12.30 alle 14.00 mi reclama per fagocitarmi.

Sento il profumo della sua pelle. Il suo sguardo. Il suo sorriso. Dovevo esserci io là. L’ho perduto per sempre e dovrò convivere con questo per il resto della mia vita.

Confusione

domenica, 7 febbraio, 2010

Ultimamente il mio cuore non va troppo bene. Il medico dice che è lo stress. Effettivamente, tre mesi fa avevo pensato di lasciare il lavoro e cercare qualcosa di più rilassante, il mio cuore non regge il ritmo con il clima ipercompetitivo dell’impresa per cui lavoro.
Sono passata da una solitudine quasi totale, all’essere circondata da amici, ho visto tutti i miei ritmi consolidati andare a farsi fottere nell’ultimo mese. Niente è più com’era. Non so dire se questa situazione mi piace o no.Ci sono momenti in cui vedo tutto quello desidero sempre più lontano e altri in cui tutto quello che ho bramato per anni essere a portata di mano, come non lo è mai stato, e tutto mi travolge. Inarrestabile.
Ho bisogno di fermarmi. Boccheggio.
A livello personale…è anche peggio. Provate a pensare a una persona che è vissuta senza provare niente, senza esprimere alcuna emozione per un anno e ora si trova di fronte delle persone a cui interessa davvero cosa prova e…una valanga di sensazioni e sentimenti vogliono uscire, ma…sono talmente tanti, controversi e contraddittori che…non sa più cosa prova.
Non so più cosa provo.
Cerco di ripristinare un po’ di normalità, accontentandomi dei piccoli momenti, ma poi quei piccoli momenti sembrano assumere così tanta importanza dentro di te che…pensi che non potresti più farne a meno.
Ed è questo il problema: farne a meno.
Perché dentro di te lo sai che non dureranno, che prima o poi finiranno o cambieranno e niente sarà di nuovo come prima e…soffoco.
È meglio lasciarsi cullare in una parvenza di normalità, in un sogno, sapendo che prima o poi finirà, oppure è meglio la solitudine? Cosa il nostro cuore sopporta meglio?
E se il sogno ti impedisse di vivere la tua vita? E se in realtà non fosse affatto un sogno, ma un’incubo…dove sarebbe la differenza?
Ultimamente sto leggendo una quantità di scritti motivazionali, per "trovare ciò che ci spinge", qual’è il motore propulsore delle nostre vite?
E tutti dicono: le nostre emozioni.
È grazie a ciò che provavo che sono arrivata fin qui? Sì.
E che emozione sento ora? Confusione.
E se è la confusione che mi guida, perché non posso fermarmi per fare chiarezza? Perché non posso fermarmi per assaporare i momenti e decidere quali di quei momenti voglio conservare?
Perché devo sentire che tutto mi sfugge dalle mani…troppo in fretta…troppo veloce…

Gli esperti dicono che dobbiamo incominciare ad apprezzare ciò che c’è di buono nelle nostre vite.
Per un anno ciò che c’era di buono nella mia vita era il lavoro. Niente mi rendeva più appagata.
Poi, qualcosa si è rotto, ho raggiunto tutto quello che potevo ottenere, non sono stata adeguatamente gratificata e ora qualcosa di magnifico è diventato frustrante.
Avete mai incontrato persone che vi deprimono? Non fanno nulla, non è colpa loro, è il modo in cui intendono la vita che vi deprime. E le incontrate tutti i giorni, cercate di ignorarle, ma la depressione lentamente si insinua dentro di voi e…vi piega.
Io ne ho incontrata una. Non ama ciò che fa, non ama ciò che è, non riconosce i suoi limiti, ti pugnala alle spalle alla prima occasione, ama solo il denaro.
Tutto quello che tocca diventa grigio ai miei occhi. Non ci mette passione e fa quel tanto che le basta per sopravvivere.
Ed ecco che, quando pensavo che il grigiume non avesse fine, un spiraglio di luce è arrivato. Mi sento di nuovo parte di qualcosa, ho di nuovo voglia di combattere perché quello che ho non mi sfugga di nuovo dalle mani. Solo che questa volta non è un semplice lavoro, è la mia vita qui, sono le persone.
E le persone non sono mai prevedibili, non sai mai quanto durerà e quando risprofonderai nel limbo.
Prima andavo a letto la sera sognando cosa sarebbe successo domani al lavoro e ora non vedo l’ora che arrivino le 18.00 per tornare a casa.
Si può vivere così? O tutto o niente? Senza equilibrio.
Io credo di no, ecco perché dovrò fare uno sforzo più grande per ignorare il grigiume e pensare ai colori che ci sono in me per sopravvivere.

Tutto

domenica, 22 novembre, 2009

Per restare sulla scia di Moccia, Twilight e i miei 14 anni, ecco cosa produsse la mia mente estremamente nella norma nel lontano 1995.
Spero vivamente non vi piaccia perché…è melassa allo stato puro e persino di cattiva qualità. XD

 ***

«Tutto»
Non volevamo farlo sapere a tutti, solo ai nostri amici più cari, ma, in meno di due giorni, la notizia era già arrivata agli antipodi del mondo. Era inevitabile, ma nella parte più profonda del nostro cuore speravamo ancora che non accadesse, anche se, in realtà, eravamo pronti a gridarlo a squarciagola se nessuno ce l’avesse chiesto. Tutti sostengono di avercelo letto in faccia, eppure noi siamo convinti che, se non glielo avessimo detto, sicuramente da soli non l’avrebbero capito.
Pensavamo che dopo la sorpresa iniziale, tutti i pettegolezzi su di noi si sarebbero placati, così almeno pensavano i più fidati, a cui, per primi, l’avevamo confidato, eppure, dopo più di tre mesi, la notizia desta ancora molto interesse e curiosità.
Io, a dir la verità, trovo tutto molto insolito e straordinario allo stesso tempo, anche se, le prime volte, rispondere a tutte quelle domande a raffica, una dietro l’altra, giustificate e legittimate dal desiderio di sapere, mi ha messo, però, molto in difficoltà. Inizialmente cercavo di rispondere in maniera completa ed esauriente, poi, nonostante i miei interlocutori dimostrassero sempre enorme interesse, mi sono resa conto che in realtà a loro non interessava il reale sviluppo degli avvenimenti, la mia opinione o il mio pensiero, ma semplicemente la notizia, lo scoop. Così una frase fatta, un resoconto un po’ romanzato o anche una semplice risposta affermativa o negativa erano più che sufficienti, tanto, per loro, non era importante la realtà dei fatti, ma il fatto in sé.
Anche lui ha certamente sofferto molto questa situazione, ma quella a cui più di tutti pesava ero sicuramente io.
I commenti dei miei amici, fin da piccola, erano stati sempre molto importanti per me e sentirsi oggetto di gran parte delle discussioni che avvenivano all’interno dell’ambiente scolastico era veramente frustrante, almeno per i primi due mesi. La domanda che più mi mise in crisi fu: «Cosa ti piace di lui?». Era troppo difficile rispondere sia con una frase fatta, sia con un monosillabo e il più delle volte rimanevo perplessa e facevo fatica a rispondere, perché tutti si aspettavano da me un elenco interminabile di qualità, così alcuni prendevano la mia perplessità come una manifestazione di un sentimento poco profondo, anche se ciò, in realtà, non era vero. Così se ne andavano guardandomi di traverso ed io mi disperavo all’idea che non sarebbe più stato possibile convincerli del contrario, o che, comunque, pochi mi avrebbero creduto. Intanto quella stupida domanda continuava a fare più proseliti di una setta religiosa.
Alla fine riuscii a trovare un avverbio che non mi obbligasse né a fare una lista della spesa, né a dover dare assurde spiegazioni a persone che io ritenevo non fossero in grado di capire. Quella parola magica era: «Tutto».
Finalmente avevo risolto i miei problemi: un sacco di scocciatori e domande in meno, facce sbalordite che restavano senza parole, sguardi compiaciuti e indagatori che non desideravano altro che chiedermi il perché di una risposta del genere, ma che non sapevano trovare il coraggio per formulare una domanda tanto ardita e indiscreta e, infine, le mie labbra che non chiedevano altro che dare loro ciò che tanto bramavano.
Con «tutto» potevo voler dire qualsiasi cosa: tutto ciò che pensavano loro e tutto quello che intendevo io.
Il suo essere dolce e forte, sincero e bugiardo, sempre presente e a volte assorto in chissà quali pensieri, passionale e bisognoso d’affetto, sognatore e realista, protettivo e attaccabrighe, esuberante e riservato, comprensivo e irrazionale, amico e amante, gelido fuori e caldo dentro.
Il primo giorno che lo vidi mai avrei pensato che sarebbe finita così, poi l’incontro dopo più di tre anni, un’uscita a due, una partita di pallavolo mai guardata, i miei occhi fissi ai suoi, un bacio semplice e pure come nessun’altra cosa sarebbe potuta essere. Forse non riuscirò mai a confessare alla persona, che veramente vorrebbe sentirsele dire, neanche una sola di queste cose, però non scorderò mai tutti gli istanti trascorsi insieme, tutti i litigi e i perdoni, tutte le gelosie e le paure.
«Tutto».

Una storia vera/A true story

martedì, 8 aprile, 2008

    Oggi, vi racconto una storia realmente accaduta che ha dell’incredibile.
    Come sempre, come tutte le storie che si rispettino, è accaduta alla nipote del fidanzato di una mia amica, di cui ovviamente ignoro il nome, ma…è poco rilevante.
    Dunque, questa adorabile fanciulla diciannovenne si è appena iscritta all’università a Milano e ogni lunedì, da Ferrara, sale sulla sua Ypsilon 10 e si reca nella metropoli lombarda.
    Durante uno dei suoi primi viaggi a Milano, viene tamponata in autostrada da un’auto nera, che la sprovveduta ragazza non riesce ad identificare immediatamente come una limousine, perciò, quando dalla macchina scende un bell’uomo in divisa d’autista, lei non si scompone minimamente e pensa che si tratti di un qualche uomo d’affari. L’uomo le chiede le generalità, le dice che si assume lui interamente la responsabilità dell’incidente e le ripagherà i danni, ma che ora va di fretta e non ha nemmeno il tempo di firmare la constatazione amichevole. La ragazza, in lacrime, un po’ scossa per l’incidente, un po’ angosciata per la macchina distrutta e un po’ sconsiderata a causa della sua giovane età e del fatto che si trattava del suo primo incidente, non chiede gli estremi all’uomo, che se ne va.
    La ragazza telefona in preda al panico ai genitori, che, giustamente, la rimproverano per la sua dappocaggine e non bisogna avere una mente criminale per convincersi del fatto che questo "uomo del mistero" non si farà più vivo e la ragazza sprovveduta sarà costretta a comprarsi una macchina nuova a sue spese.
    Passano le settimane e "l’uomo del mistero" ancora non si fa vivo e la ragazza è ormai convinta che a Milano dovrà andarci in treno vita natural durante, finchè dopo più di un mese, riceve una telefonata da una concessionaria di Milano. Al telefono le dicono che deve venire a ritirare "qualcosa" a suo nome. Lei pensa si tratti di un qualche pezzo di ricambio o che finalmente l’ "uomo del mistero" le abbia messo a disposizione un meccanico per riparare le sua semi-distrutta Ypsilon 10.
    Quando arriva alla concessionaria, un dipendente le si avvicina e le indica una macchina, identica alla sua, solo nuova fiammante e le dice : "Questa è per lei". Le apre la portiera, lei sale e sul sedile del passeggero vede una dozzina di rose rosse con un biglietto. La fanciulla, in preda all’emozione, si affretta a leggere il biglietto, scritto a mano e in lingua inglese. La traduzione diceva pressapoco così:
"Mi dispiace per il disagio che il mio autista le ha causato. George Clooney".

*Fine*

P.S. Mai che capitino a me ste cose, eh?>_> Tanto più, che, anche se fosse stato l’autista di un imprenditore italiano, che so, Berlusconi, secondo voi…Berlusconi le avrebbe pagato una macchina nuova e messo un mazzo di rose con un biglietto di scuse?! Gli americani hanno tutta un’altra classe, non c’è nulla da dire. u_u

Translation (forgive my english mistakes and my italian phrase construction):
 
    Today i’m gonna tell u an unbelievable true story.
    As for every respectable story, it happened to the nephew of the boyfriend of a friend of mine of whom i ignore the name, obviously, but this isn’t relevant.
    This adorable nineteen years old girl has just signed to attend at a famous University in Milan. So every Monday she takes her Lancia Ypsilon 10 and drives for about 4 hours from where she lives to Milan (note that in Italy we take the driving license at 18, usually).
    In one of her first  journeys to the city, while she is on the freeway, she happens to be involved in a car accident. Her car was in pieces, when a handsome black suited man came out of an even more black car. She thought it was a sort of business man and didn’t recognize his car as a limo. The man-in-black asked for her details and told her he was his fault and he would have repaired her the car, but he was in a hurry so he couldn’t sign the "friendly ascertainment" (dunno if u have it in your own country, but when u got a car accident, if someone is willing to assume the entire responsability of the accident, both can sign a "Friendly Ascertainment",  with which u can have your payback in a quicker way). The chick was crying, a bit shocked ‘cos of the accident, a bit worried about her car and a bit reckless dued to her youth and inexperience, so she forgot to ask for the man-in-black personal informations and the man went away.
    The girl called her parents, who scolded her for her rashness. You mustn’t have a criminal mind to convince yourself that the girl has been fooled and that the man-in-black would have disappeared (i hope the tenses of this phrase r right).
    Weeks gone by and no black suited man called her. She was almost sure she’d have to go to Milan by train for the rest of her days, when, finally, after a month a Milan car dealer called her and told her they had something for her she had to pick up. She thought it was some spare part of her car or that they would have finally called her to get her car repaired. But when she walked over the car dealer door, an employee showed her a car, identical as hers, same colour, same type…just brand new. He told her that car was hers, and when she got into it she found on the passenger seat a dozen of red roses and a note who sounded about like this: "I’ll apologize for the inconvenients my driver caused you. George Clooney"

*The End*

P.S. These kind of things never happens to me>_< Moreover if in real it was a famous italian business man who run over her, such as Berlusconi, i’ll bet everything i got he wouldn’t have bought her a new car, nor he would have placed a dozen of roses in it with an apologizing note. Americans have a whole different class, there’s nothing more to say u_u.

Una favola particolare

venerdì, 2 dicembre, 2005

    Il blog di oggi è un blog particolare, la favola che sto per raccontare è nata come esercizio di scrittura per l’Esame di Psicologia delle Forme Narrative, l’incipit («Lei glielo aveva chiesto, lui sembrava non interessato, poi una sera…»), in particolare, è tratto da un libro di scrittura creativa e scopo dell’esercizio era proseguire il racconto da quella frase. Molti dei miei compagni di corso hanno scritto brevi conversazioni, brevi frasi, ma…a me dispiaceva, visto che mi piace scrivere, perciò, sono partita dall’incipit e…ho proseguito, creando un vero e proprio racconto. Il finale, forse, è un po’ scontato, ma…come dire…mi ero "imbarcata" a parlare della solita opposizioone Bene vs. Male, presente in tutte le favole e poi…non sapevo più come uscirne, perciò…sì, il finale è un po’ deludente, ma…solo l’incipit doveva esser originale, in fondo, mentre il finale poteva essere libero e poi, in fondo, tutte le favole finiscono un po’ tutte allo stesso modo, no? Ringraziate che non ho rispolverato il "caro vecchio" cavaliere biondo, vestito d’azzurro, sul cavallo bianco e che corre in soccorso della principessa in pericolo! Buona lettura!

    P.S. Non provate a copiarlo e a riproporlo alla professoressa, lo conosce benissimo e vi "tanerebbe" subito, visto che le è piaciuto molto e mi ha persino chiesto di tenerlo per usarlo a lezione! Chissà, magari in questo momento lo state proprio analizzando? Beh, in questo caso, buon divertimento! Ops, allora, adesso saprete anche il mio nome e cognome, beh…pazienza, questo è il prezzo della popolarità! :P

    Lei glielo aveva chiesto, lui sembrava non interessato, poi una sera le si avvicinò, le sfiorò il naso e lei capì che finalmente era pronto a ripartire. Nessuno dei due aveva una casa, però Cleo si era affezionato a Pallas, la figlia di un pescivendolo, che per mesi li aveva protetti e accompagnati nel loro viaggio. La bambina si era ammalata gravemente e lui si era sentito in dovere di starle accanto fintanto che non fosse guarita. Ora, però, dovevano rimettersi in marcia, trovar un posto sicuro dove rifugiarsi, prima che Lilith partorisse.
    Decisero di viaggiare con la luce del giorno, per loro era un po’ innaturale, sentivano la spossatezza prender il sopravvento in ogni momento, quindi procedevano lentamente. Del resto non potevano mettersi in marcia al calare delle tenebre, perché pericolose insidie si nascondevano nei boschi. Avevano sentito alcuni maghi parlare di mostruosi draghi che si aggiravano al loro interno.
La sera prima della partenza Cleo aveva fatto un sogno, probabilmente l’ultimo che li avrebbe guidati verso la salvezza, in cui un elfo gli diceva di andare verso nord, alla Foresta delle Fate, solo così la figlia, che Lilith portava in grembo, avrebbe potuto salvare il mondo. Era un’epoca di premonizioni, i gatti che esercitavano la stregoneria erano una specie rara e in via d’estinzione e venivano venerati come i grandi detentori della suprema conoscenza.
    Cleo aveva quasi cinquecento anni e Lilith quattrocentonovantadue, erano nel fior fiore della millenaria vita di un gatto-stregone, conoscevano alla perfezione la storia della Terra, che le loro famiglie si tramandavano di generazione in generazione, ma, in quanto a stregoneria, entrambi l’avevano studiata a fondo quando erano giovani e non la esercitavano più da una cinquantina d’anni. Di questa, ormai, se ne occupavano solo gli esseri umani come Pallas, molto più potenti della razza felina.
Da mesi, ormai, avevano appreso il fatto di esser predestinati a dar alla luce una creatura potentissima: Lilith viveva in un costante stato d’agitazione da quando avevano iniziato il viaggio, era stremata, faceva incubi quasi ogni notte e Cleo temeva per il buon esito della gravidanza. Frotte di maghi, provenienti da tutto il Paese, si erano presentati al loro cospetto avvisandoli della calamità che incombeva sul mondo. Da qualche tempo i fiori avevano smesso di fiorire, le piante di crescere, i Soli avevano rallentato il loro movimento o la Terra aveva rallentato la sua rotazione, le notti si erano allungate, forze maligne misteriose esercitavano il loro potere nelle viscere del pianeta, volevano un regno d’oscurità, che avrebbe annientato la vita in superficie, fatta eccezione, per draghi e creature demoniache.
Mentre attraversavano l’ultimo ostacolo che si frapponeva fra loro e la Foresta delle Fate, il Bosco di Oni, che in un antico dialetto giapponese, significava, appunto “demone”, Cleo e Lilith erano terrorizzati: sapevano che se qualche creatura maligna li avesse attaccati non avrebbero potuto difendersi, senza la magia di Pallas a proteggerli. Sentivano che la Foresta delle Fate era vicina, ma quando li sorprese la notte dovettero trovar riparo presso le radici di un albero.
    Lilith ad un tratto iniziò ad avvertire dolore al ventre: la bambina stava per nascere. No, non doveva nascere in quel luogo, era troppo pericoloso, pensò Cleo. Nonostante il buio e le doglie di Lilith, Cleo decise di rimettersi in marcia, se lui se la fosse caricata sul dorso, era sicuro che ce l’avrebbero fatta. Le disse di tenere duro, se la caricò in spalla e si avviò correndo dentro la parte più oscura del Bosco di Oni.
Ad un tratto l’acuto udito felino di Cleo avvertì un rumore. Qualcosa o qualcuno li stava inseguendo. Il suo istinto gli diceva che non era niente di buono, l’odore di sangue che Lilith emanava, a causa del parto, era talmente forte che doveva aver attirato uno dei mostri del bosco. Iniziò a correre ancora più veloce: ora lottava per la vita. Ad un tratto udì un battito d’ali e una bestia enorme si parò davanti a lui. Cos’era? Un drago, forse? No, era qualcosa di molto peggio.
Un grido, proveniente da quell’essere mostruoso, si alzò: «Finalmente c’incontriamo, Cleo, della Stirpe del Cielo».
    Cleo raggelò, da secoli nessuno l’aveva più chiamato con quel nome: «Chi sei?», chiese.
«Sono colui che sterminerà l’unica speranza di sopravvivenza per i popoli della superficie, affinché l’oscurità prenda il sopravvento. Sono Juno, il Messaggero del Signore delle Tenebre. Gli stregoni della Stirpe del Cielo lo avevano relegato per secoli a bruciare nella fiamma perpetua del nucleo terrestre, ma ora il sigillo è stato spezzato e per voi sarà la fine!»
«Questo non è possibile, il sigillo avrebbe resistito fintanto che…oh, no!»
«Finalmente inizi a comprendere, o stolto figlio del Cielo! La Terra ha smesso di girare e il suo nucleo ha smesso di ardere!Ah, ah, ah, i tuoi sciocchi antenati non avevano previsto che, un giorno, il fuoco della Terra si sarebbe estinto e ora, il miasma del mio Signore ha avvolto e inghiottito nel vuoto il centro della Terra. E se ora uccido la tua graziosa mogliettina, anche quel barlume di speranza, che arde nel suo grembo, svanirà!Ah,ah,ah!»
    Cleo si voltò verso Lilith, non poteva permettere che le succedesse qualcosa di male. Le lanciò un ultimo lunghissimo sguardo, carico di tutto l’amore che provava per lei. Davanti ai suoi occhi passarono i ricordi del giorno in cui si conobbero, di quando s’innamorarono, della loro unione davanti alle Ninfe dei Boschi. Lilith, capì cosa stava succedendo: Cleo avrebbe dato la vita per lei. Tentò di fermarlo, ma non riusciva nemmeno ad alzarsi in piedi.
Improvvisamente, Cleo, forte della sua agilità, si girò verso Juno, e gli si scagliò contro. Appena i suoi artigli cercarono di penetrare la corazza del mostro, Cleo ne venne respinto. Era fatto di basalto, avrebbe dovuto immaginarlo, veniva dal centro della Terra, dopotutto. Erano spacciati.
Juno non aveva nessun interesse a ferire Cleo: voleva Lilith. La prese e la scagliò in aria. Cleo non osava guardare: Lilith sarebbe sicuramente morta.
    Ad un tratto una luce azzurra si sprigionò dal ventre della gatta e un alone luminoso l’avvolse completamente. Cleo era disorientato, non capiva cosa stesse succedendo, poi una all’improvviso il mostro emise un gemito di dolore: una freccia, proveniente dal fitto del bosco, l’aveva trafitto. Come poteva una semplice freccia aver trafitto la scorza basaltica di Juno, si chiese Cleo. Poi alla freccia seguì una voce: «Alla fine vi abbiamo trovati, Cleo e Lilith!».
«Ma tu sei l’elfo del mio sogno?!», esclamò sorpreso Cleo.
    L’elfo, prostrandosi di fronte al gatto celeste in un profondo inchino, disse: «Mi presento: Hebe, Signore del Fuoco, arciere della Stirpe della Foresta, al vostro servizio! Non vedendovi arrivare al limitare della Foresta delle Fate, vi siamo venuti incontro» e con un gesto indicò i boschi alle sue spalle, da cui all’improvviso emersero almeno un centinaio di altri elfi arcieri. Cleo si guardò intorno e vide che non c’erano solo arcieri: erano circondati da un esercito di maghi, fate e creature della Foresta, che rapidamente affioravano dalla boscaglia tutt’attorno. Erano salvi, finalmente!
Cleo, in un sospiro di sollievo, disse: «Grazie, vi dobbiamo la vita!».
    «Mi sembra che, anche senza il nostro intervento, ve la stiate cavando benissimo da soli», rispose l’elfo, indicando la luce azzurra che avvolgeva Lilith.
    «Tu sai cos’è quella luce?»
    «Il parto è cominciato e Iris sta già esercitando il suo potere, guarda!», disse Hebe. Ad un tratto la sfera di luce azzurra iniziò ad aumentare le sue dimensioni, fino ad inghiottire tutto ciò che le stava attorno.
    Lilith, che si trovava al centro della sfera, non capiva cosa stesse succedendo, poi una voce, la rassicurò:     «Madre, non abbiate timore. Il mio nome è Iris. Sono tua figlia». Davanti agli occhi di Lilith lentamente l’alone si diradò e una gatta, adulta, dal pelo rosato, le apparve. Lilith non riusciva a credere che quella meravigliosa creatura fosse sua figlia e fosse uscita dal suo ventre. Tutt’intorno il corpo della gatta del pelo rosato emanava calore e quella sensazione di calore era così rassicurante, che sembrava provenire direttamente dalle profondità della Terra.
Iris riprese a parlare: «So cosa sta succedendo al nostro mondo e quale sia il mio compito. Il mio potere curativo, mentre parliamo, sta avvolgendo tutto il globo. Fra poco la Terra riprenderà la sua rotazione e il Signore delle Tenebre sarà solo un ricordo, abbi fede in me.».
    Lilith annuì, chiuse gli occhi e si abbandonò completamente al quel tepore.
    Quando Lilith riprese i sensi si trovò in un letto, con Cleo, Pallas e Hebe al suo capezzale. Suo marito la rassicurò: il mondo era salvo e anche la vita di loro figlia. Iris fece timidamente capolino da dietro le spalle del padre, «Ciao, mamma», disse e calde lacrime sgorgarono dagli occhi di tutti i presenti, quando Lilith poté finalmente abbracciare sua figlia.